Alzheimer, SPES e Costituzione: quando il silenzio diventa complicità

Ci sono dichiarazioni che non si possono lasciare cadere nel vuoto. Che non si possono metabolizzare, archiviare, dimenticare come se nulla fosse. Quella del dott. Italo Monfredini – resa pubblica sui giornali, senza esitazione – è una di queste. Dimettere i malati di Alzheimer. Detto così, con quella freddezza che sa di calcolo. Come se una persona con una malattia degenerativa fosse un rischio legale da gestire, e non un essere umano con una storia, una famiglia, una dignità che nessuna diagnosi può cancellare. Perché questo è il punto, e bisogna dirlo chiaramente: non si parla di dimettere i malati perché costano troppo. Si parla di dimettere i malati perché potrebbero fare causa. Perché la loro condizione, la loro fragilità, il loro disorientamento rappresentano – nell’ottica di chi ragiona così – un rischio di contenzioso. È una logica che non ha nulla a che fare con la cura. È una logica che trasforma il malato in una minaccia da neutralizzare. E questo, se possibile, è ancora più grave. Abbiamo aspettato una reazione. Abbiamo aspettato che qualcuno si alzasse e dicesse con chiarezza che certe cose non si dicono, e soprattutto non si fanno. Abbiamo aspettato invano. Il silenzio che è seguito è, a nostro avviso, più grave delle parole stesse.

Esiste un principio che non può essere negoziato in nessuna sede, in nessun consiglio di amministrazione, in nessuna riunione di bilancio: la vita umana ha dignità intrinseca, fino all’ultimo momento. Non esistono malati di serie A e malati di serie B. Non esiste una soglia di rischio legale oltre la quale una persona smette di meritare cura. Un malato di Alzheimer non è una pratica da chiudere, né una potenziale causa da evitare. È un padre, una madre, un nonno, una nonna. È qualcuno che ha lavorato, costruito, amato. È qualcuno che ora ha bisogno di noi – di una comunità che non lo abbandoni quando diventa difficile, vulnerabile, scomodo. Quella è la vera misura di una civiltà. Non i grattacieli, non i PIL, non i bilanci in pareggio. La misura di una civiltà è come tratta chi non può più difendersi da solo.

Dobbiamo dire una cosa scomoda. Quella che stiamo vivendo non è una sorpresa. È la conseguenza di scelte mancate, di discussioni rinviate, di problemi che si sapeva sarebbero arrivati e che si è preferito non affrontare. Già dieci anni fa, come CISL del Trentino, avevamo posto con forza il tema: lo tsunami demografico dell’invecchiamento era alle porte e serviva una risposta strutturale, non rattoppi emergenziali. Avevamo chiesto che diventasse una priorità politica e sociale. Non fummo ascoltati abbastanza. I numeri oggi parlano chiaro. Il Trentino è una delle realtà più longeve d’Italia: l’età media della popolazione è di 45,5 anni, con una quota di over 65 che ha già raggiunto il 24% – circa 129mila persone su 543mila residenti – e una tendenza in costante crescita. Le previsioni ISPAT indicano che questa quota continuerà ad aumentare fino al 30% entro il 2070. I malati di demenza in provincia di Trento sono già oggi oltre 10.500, di cui circa 6.000 con diagnosi di Alzheimer, ai quali si aggiungono quasi 9.000 persone con deterioramento cognitivo lieve. Il sistema di welfare, se non viene ripensato con coraggio e lungimiranza, non reggerà. Tutto questo era prevedibile. Era previsto. E allora la domanda che dobbiamo farci non è solo “cosa facciamo adesso” – ma “perché non abbiamo fatto prima”.

Saremmo disonesti se dicessimo che il tema della sostenibilità non esiste. Esiste, eccome. Gestire una struttura per anziani non autosufficienti è complesso, oneroso, esposto a responsabilità reali. Il welfare ha bisogno di risorse, di regole chiare, di tutele per chi lavora e per chi è curato. Questo lo sappiamo tutti. Ma c’è un abisso tra chi affronta questo problema cercando soluzioni serie e solidali – personale giustamente retribuito, protocolli più chiari, coperture assicurative adeguate, una normativa che tuteli strutture e pazienti – e chi lo affronta proponendo di dimettere i malati più fragili per ridurre il rischio di contenzioso. Il primo è governo responsabile. Il secondo è abbandono mascherato da prudenza gestionale. E chiamarlo con un altro nome non cambia la sostanza.

Il modello a cui dobbiamo tendere non è quello della selezione – chi presenta meno rischi legali rimane, chi ne presenta di più viene dimesso. Quel modello non è welfare: è una distorsione che tradisce il senso stesso della cura. Il modello a cui dobbiamo tendere è quello della solidarietà strutturata: un patto tra generazioni, tra sani e malati, tra chi oggi è autonomo e chi domani avrà bisogno. Un sistema in cui nessuno viene lasciato indietro perché la sua malattia è scomoda da gestire, in cui la comunità – quella vera, fatta di persone e non solo di bilanci – si fa carico di chi non ce la fa da solo. Questo non è utopia. È ciò che il Trentino ha saputo essere, nelle sue stagioni migliori. È ciò che la cooperazione avrebbe il compito di incarnare. È ciò che la SPES — Servizi Pastorali Educativi Sociali – dovrebbe rappresentare nella sua missione più profonda: presenza, prossimità, cura. Non gestione del rischio legale a scapito dei più fragili.

E allora non basta indignarsi. Non basta un editoriale, non basta una dichiarazione sindacale. Serve una risposta all’altezza della sfida. Chiediamo con forza che vengano convocati gli Stati Generali del welfare trentino. Un momento di confronto largo, aperto, plurale – che metta attorno allo stesso tavolo istituzioni, sindacati, cooperative, famiglie, associazioni, professionisti della cura. Un luogo dove si possa finalmente dire la verità sulla situazione, costruire una visione condivisa, e assumere impegni concreti. Senza questo, il vuoto si riempie. Si riempie di proposte come quella del dott. Monfredini. Si riempie di logiche che non appartengono alla nostra tradizione e che, se non contrastate con chiarezza, rischiano di diventare normalità. Le degenerazioni non nascono dal nulla: attecchiscono dove manca il dibattito, dove manca la visione, dove la politica si è ritirata e ha lasciato campo libero all’improvvisazione.

Su un punto, però, non sono ammesse ambiguità. L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Non è una norma contrattabile. Non è una raccomandazione. È un principio supremo dell’ordinamento, che nessuna delibera, nessuna valutazione del rischio legale, nessuna candidatura può scalfire. Chi propone pubblicamente di dimettere malati di Alzheimer per timore di contenziosi non si confronta solo con una critica sindacale. Si confronta con la Carta costituzionale. E su questo terreno, le convenienze non contano nulla.

Come CISL del Trentino abbiamo il dovere di dirlo chiaramente: certi silenzi non ci appartengono. Rappresentiamo lavoratrici e lavoratori che ogni giorno, in corsia, nelle strutture, nei servizi sociali, si prendono cura di persone fragili con professionalità e umanità. Persone che sanno cosa significa stare accanto a un malato di Alzheimer. Che conoscono il peso di quella responsabilità e la portano con dignità. Non possiamo – e non vogliamo – stare zitti mentre chi dovrebbe guidare un pezzo importante della nostra comunità dimostra di non capire, o peggio di non voler capire, il senso di quella responsabilità. Le degenerazioni attecchiscono nel silenzio. E noi nel silenzio non ci stiamo.

La Segreteria CISL del Trentino
Michele Bezzi — Giuseppe Pallanch — Monica Bolognani

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